Uso dello scarabocchio nel lavoro clinico
Premessa
paziente e terapeuta come coppia/sistema al lavoro cocreativo
Negli ultimi anni del XX secolo nel panorama scientifico internazionale si sono sempre di più affermate le teorie sull’intersoggettività, che hanno conosciuto sviluppi paralleli grazie ad autori di primaria importanza tanto sul versante dell’infant Research quanto su quello della psicoanalisi. Nonostante la diversità di approccio delle diverse teorie intersoggettive, dalla letteratura emerge quella che è la cornice scientifica di riferimento comune: la teoria dei sistemi dinamici non lineari. Tale teoria, imperniata su concetti quali complessità e caos, rappresenta un cambiamento radicale nella visione del mondo. In origine i concetti e i metodi che ricorrono nello studio dei sistemi dinamici sono stati formulati dalle scienze fisiche e si sono poi conquistati gradualmente uno spazio nelle scienze sociali. Uno degli aspetti più importanti della teorizzazione dei sistemi dinamici è che tutti i sistemi viventi sono intrinsecamente evolutivi. I sistemi viventi non sono strutture rigide, ma processi instabili da un punto di vista dinamico. I sistemi si destabilizzano sistematicamente attraverso transizioni di fase. In questi periodi di transizione può emergere una variabilità caotica man mano che i sistemi subiscono un cambiamento e assumono una nuova organizzazione. Una delle riflessioni più profonde proposte dalla teoria dei sistemi dinamici è che le nuove strutture che scaturiscono dal processo evolutivo non debbano essere pianificate in anticipo e nemmeno che esse, prima di emergere debbano essere rappresentate in uno schema genetico o neurologico. Può invece emergere una nuova struttura man mano che i componenti dell’individuo e dell’ambiente si auto-organizzano. Le applicazioni di questa teoria all’interazione madre-bambino hanno portato l’Infant Research (Sander, Tronick, Beebe) a spiegare in termini di sistema diadico ciò che avviene nella coppia. L’incontro tra il bambino, sistema con capacità di auto-organizzazione, dotato di un tipo di memoria con connotazioni procedurali-presimboliche-non verbale e motivato alla connessione (si veda contributi di Meltzoff, Trevarthen e Stern in merito all’intersoggettivà come sistema motivazionale presente fin dalla nascita) allo scopo di evolvere con l’ambiente, e la madre, che rappresenta l’altro sistema aperto, costituisce un nuovo sistema più complesso. In questo sistema può avvenire, attraverso connessioni, rotture e riparazioni della relazione, un’espansione diadica di consapevolezza concreata che porta alla nascita di proprietà emergenti del sistema non presenti all’inizio in nessuno dei due sistemi separati. Inoltre questi autori sottolineano il fatto che l’idea che la miglior relazione sia basata sulla costanza della connessione relazionale è solo un’idealizzazione del rapporto madre-bambino (ma si potrebbe dire la stessa cosa anche per la coppia terapeutica). In realtà la qualità cruciale della buona relazione è data dalla capacità riparativa delle disgiunzioni avvenute. Sander, oltre a riconoscere l’irrealtà di una sintonizzazione perfetta sottolineando la presenza reale e non sporadica di momenti di disgiunzione, segnala anche la necessità di questi momenti per l’indipendenza sia del bambino che della madre. La negoziazione continua è l’esperienza che costruisce nel bambino la capacità di adattarsi flessibilmente alle diverse situazioni contingenti e mette in rilievo la sua agency e la sua intenzionalità.
Rispetto alle prime interazione madre-bambino Tronick scrive: “I dati della ricerca indicano che perfino all’età di tre mesi i bambini non rispondono allo stimolo semplicemente perché viene proposto, ma che al contrario gli eventi producono effetti duraturi, poiché vengono trasformati in rappresentazioni interne”. E’ da considerare come una svolta concepire la presenza nel bambino di una capacità rappresentazionale di ciò che avviene nella sua relazione con l’ambiente-madre. Lyons-Ruth sostiene che gran parte della nostra esperienza relazionale (madre-bambino, paziente-terapeuta, e così anche ogni relazione quotidiana) assume un formato implicito, definito dall’autrice “sapere relazionale implicito” (implicit relational knowing), per esempio rispetto a come salutare e accomiatarsi o come scherzare. Il significato è implicito nell’organizzazione delle sequenze d’azione del dialogo relazionale e non richiede pensiero riflessivo né verbalizzazione. I vari schemi di azione procedurale che caratterizzano l’interazione madre-bambino costituiscono la prima forma di “sapere relazionale implicito”. Lyons-Ruth suggerisce che l’implicito e l’esplicito (grosso modo il verbale e il non verbale) debbano essere considerati come organizzati in modo parallelo, come principi organizzatori separati che possono comunque influenzarsi a vicenda.
In questo atmosfera di cambiamento rispetto al conoscere cosa accade nell’incontro tra madre e bambino e tra paziente e terapeuta lo scarabocchio, si colloca come uno strumento che può pescare in quella memoria definita “implicita”, portando in immagini che si vedono ciò che le parole non riuscirebbero a cogliere.
La tecnica è tanto semplice quanto efficace. Essa prevede la consegna al paziente di chiudere gli occhi e di lasciare la mano sinistra libera di seguire qualsiasi linea, qualsiasi tratto scarabocchiato e improvvisato. Successivamente al paziente è chiesto di vedere una o più figure di senso compiuto nello scarabocchio appena tracciato. Lo si invita poi a tracciare su fogli diversi altri due scarabocchi ripetendo la procedura appena descritta. L’ultimo passaggio prevede la costruzione di una sequenza temporale e la narrazione di un piccolo racconto dove piano piano altri elementi compaiono accanto all’evidenza della prima associazione. Nel suo farsi il racconto permette la costruzione di un dialogo tra passato, presente e futuro e la nascita di una storia vista e vissuta nel qui e ora della seduta.
Lo scarabocchio permette di poter sognare ciò che ancora non è stato sognato dal paziente e dalla coppia paziente-terapeuta. Ogden sostiene che una persona intraprende un’analisi perché ha smarrito la capacità di sognare: lo scarabocchio può essere la risposta tecnica che permette al paziente di riappropriarsi di questa capacità. Il processo onirico della veglia, come sostiene Bion, è un processo che si verifica continuamente, ma che non sempre emerge nel racconto verbale vero e proprio e quando tale processo è interrotto la mente si ammala: attraverso l’esperienza sensoriale (movimento, visone delle immagini) che lo scarabocchio permette è possibile recuperare la capacità di sognarsi e di cocreare col terapeuta (paziente e terapeuta costituiscono un sistema diadico) nuovi modi di sentirsi e “mondi” da esplorare al fine di raggiungere una più stabile e strutturata identità.
